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B16 said in 12 Novembre, 2008 at 11:11

ti mando con estremo piacere quello che avevo scritto per il precedente, sperando di non annoiare nessuno! in effetti è un po’ lunghetta…

ALWAYS OUTNUMBERED NEVER OUTGUNNED (2004) Prodigy

L’ultima volta fu nel 1997.
Dopo il successo di nicchia di Music for the jilted generation, Liam Howlett decise che era venuto il momento di approffittare dell’enorme potenziale dell’ormai affermata scena elettronica inglese: mentre Born slippy si trasformava in un inno generazionale e illuminava per la prima volta gli Underworld sulla scena mondiale grazie a Trainspotting, la periferia londinese brulicava di dj set e sperimentazione sonora.
Al contempo la scena rave si consacrava definitivamente, uscendo dal suo splendido anonimato per divenire fenomeno di massa (e quindi annullarsi nuovamente e rinascere, come d’abitudine…).
L’estate di sette anni fa si affollò di band elettroniche e dj che costituirono il trampolino di lancio ideale per il fenomeno Prodigy: i Chemical Brothers dominarono le classifiche inglesi con Setting sun, i Daft Punk s’imposero in tutta Europa con un album capolavoro come Homework, Fat Boy Slim era considerato un nuovo guru per i suoi big beats e anche gli U2 cedevano alle lusighe sperimentali nate nell’underground britannico, tanto da realizzare Pop sotto la produzione di Howie B, il genietto sonoro scozzese.
Le radici erano ovviamente molto più profonde e di questo si giovarono anche gruppi di culto come Orb e Orbital che sin dall’inizio del decennio avevano costituito l’avanguardia del movimento elettronico: con loro, sotto altri aspetti, Future Sound of London (i loro video, ai tempi, venivano mandati nei pomeriggi di Mtv…) e Roni Size che proprio nel 1997 pubblicò New Forms, caposaldo della scena drum n bass.
Che questa realtà fosse matura lo si capì quando all’inizio dell’anno David Bowie pubblico Earthling, in cui esplorava a livello ritmico le sollecitazioni della jungle dopo il ritorno alla sperimentazione di 1.Outside di un paio d’anni prima: nel primo singolo, Little wonder, il duca bianco appariva come un essere mutante che si muoveva scomposto per New York City mentre occhi giganteschi lo spiavano.
Il videoclip non sconvolse nessuno, per un unico semplice motivo: nell’inverno precedente era apparso sulla scena Keith Flint, un ragazzo inglese piuttosto aggressivo, cranio rasato al centro, i capelli a formare un paio di ali ai lati, piercing esibiti con orgoglio su tutto il corpo (lingua compresa, fatto che destò scalpore…) e una dichiarata violenza espressiva. Lo si vedeva correre, urlare, farneticare in un tunnel inneggiando al suo essere incendiario: Firestarter fu il singolo che creò un’attesa incredibile nei confronti del successivo album dei Prodigy, trasportandoli direttamente dal sommerso alla sommità dell’iceberg, pronti a essere dati in pasto a orde di aspiranti ravers.
The fat of the land vedeva, come al solito, dietro ai mixer Liam, di fronte a lui, a intrattenere la scena e a prendere applausi e insulti il succitato Keith e un rapper dagli occhi spiritati Maxim, senza dimenticare il tutt’altro che indispensabile JK, accreditato semplicemente come ballerino del gruppo…
Le vendite dell’abum furono eccezionali, i Prodigy tentarono in tutti i modi di diventare i Sex Pistols elettronici e in buona parte ci riuscirono: Keith era la versione anni ’90 di Johnny Rotten, sempre strafatto e pronto a sputare sul pubblico acclamante, che li abbracciò senza tregua in un tour mondiale biennale che li vide suonare anche sulla Piazza Rossa a Mosca.
Nella versione live il loro suono divenne ancora più grezzo grazie all’uso di un chitarrista che contaminava i potenti bassi del gruppo con violente sferzate punk rock: una macchina sonora potentissima, che sfruttò al meglio il clamore provocato da altri due video cult, come Breathe e Smack my bitch up (indimenticabile).
La più importante qualità di The fat of the land era tutt’al più ricercabile nel suo essere un album di rottura, iconoclasta e infuocato, più delle altre produzioni, molto più curate e sperimentali, dei gruppi che si trovavano di colpo consegnati alla notorietà.
Detto (e metabolizzato) questo sono passati sette anni: nel frattempo i Prodigy hanno pubblicato un ipotetico dj set (The dirtchamber session nel 1999) in cui appaiono in maniera completa le molteplici influenze alla base del suono della band di Liam Howlett, scena hip hop in primo piano e improvvisi rallentamenti melodici annullati nel punk.
Poi nel 2002, un singolo My baby’s got a temper in cui i tre si ritrovano in un nuovo video shock inneggiante al Repynol, in cui fanno la parte di musicisti schiavi del denaro dati in pasto al popolo bue in cerca di anestetici tra ragazze in topless ecc.ecc.ecc.
Tutto questo a Liam non è piaciuto granchè, tanto da ritenerlo la peggiore performance della storia del gruppo.
Così allontana Maxim e Keith (che forma una sua band…mah!) e si dedica in solitaria meditazione alla riscrittura di un album già pronto: il tutto slitta di circa un anno e mezzo, poi finalmente nell’agosto 2004 Always outnumbered never outgunned vede la luce.
Grande rispetto da tutta la scena elettronica per il ritorno di Liam/Prodigy, che pubblica come anticipo la traccia più sorprendente dell’album, Girls, splendida base con chiari richiami 80s e campionamenti hip hop che vanno direttamente alle radici del movimento: voci femminili in primo piano e continui shock provocati da un uso adrenalitico dei bassi.
Always outnumbered never outgunned però è un’altra cosa: il fantasma di The fat of the land compare un po’ in ogni traccia, soprattutto in Spitfire, il pezzo d’apertura che sembra voler riannodare i fili di un discorso interrotto tempo fa.
Perché allontanare Keith e Maxim, in nome dell’innovazione sonora, se poi il loro stile vocale ricompare un po’ dappertutto, tanto che Liam arriva a collaborare con i Gallagher trasformandoli in emuli dei beneamati e sempre citati Sex Pistols (quando gli Oasis capiranno l’importanza per loro di una decisa virata elettronica sarà sempre troppo tardi…).
E ancora: Always outnumbered never outgunned non sconvolge chi lo ascolta perché il “rivoluzionario” suono dei Prodigy è stato fagocitato, smembrato e rimontato in migliaia di emulazioni non solo da band ma da pubblicitari, produttori cinematografici, registi di videoclip. Quello che ascoltiamo ne è una riproduzione a tratti entusiasmante (Hotride, Wake up call, Medusa’s path, Phoenix) a tratti stanca e un po’ paranoica (Get up get off, You’ll be under my wheels, Shoot down), più vicina a The dirtchamber session che non a The fat of the land.
Tant’è: Liam ci ha lavorato per un anno, dopo averci pensato per sei.
Dopo l’ascolto aspettiamo qualcosa di più immediato, violento, devastante che bruci veramente i clichè che i Prodigy hanno contribuito a creare e che non lo faccia solo a parole, dalle pagine di qualche rivista patinata.

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buzzandmusic said in 12 Novembre, 2008 at 11:20

ragazzi,nonostante il mio metro e novanta di altezza per 110 chili di peso,mi fate sentire piccolo piccolo!Muchas gracias B16 y todo el mundo….ole’!
Vos otros??Muy grandes…….scusate l’entusiasmo spagnoleggiante,e soprattutto l’ignoranza linguistica eh eh eh…ciao !!!!

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Alien on Acid said in 12 Novembre, 2008 at 15:00

Uellà! Bravo B16, complimenti.

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Alien on Acid said in 12 Novembre, 2008 at 15:12

Per quanto riguarda il tuo quesito buzz (Techno +punk rock o elettronica pari sono?), ti dico, dipende dal tipo di Techno, ma c’è da dire che anche per quanto riguarda il Punk, guardando indietro e all’oggi, mica tutti i gruppi o singoli artisti che si sono fregiati d’esserlo, hanno avuto o hanno oggi, una carica eversiva, degna di nota o d’essere ricordata.
Certo che se per Techno, si vuole intendere quella indegna marranza soporifera meidinitaly che, usano trasmettere i disc jockey di Radio Dee Jay e simili, ti dico subito di NO. 😉

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Alien on Acid said in 12 Novembre, 2008 at 15:20

Si nota molto, il mio disprezzo per le nostre radio commerciali? 😉

@ B16, dopo quanto ha scritto sui Prodigy, consiglio un’ascoltatina a:

The Bug:
London Zoo [Ninja Tune; 2008]
Rating: 8.6

Kevin Martin, under a dozen-or-so aliases and across numerous genres, has been screwing around with deep bass for well over a decade. 1997’s Tapping the Conversation– a concept album conceived as a surrogate soundtrack to Francis Ford Coppola’s The Conversation– was his first release as the Bug, and in retrospect, it sounds like an alternate-universe prototype of dubstep, based on instrumental hip-hop rather than UK garage rhythms. By the time he issued his 2003 follow-up Pressure, he’d already charged headlong into heavy digital ragga, building a repertoire of grimy, distorted beats that mutated dancehall into a glitchy, blown-out commotion.

Martin’s latest Bug album, London Zoo, is very much in keeping with that permutation, which stands out amidst the recent wave of dubstep in a way that makes Burial’s Untrue sound like Music for Airports. But it also takes the Bug’s work into a somewhat cleaner, less abrasive area– it streamlines the sound, shaves away the distortion, and draws most of its impact from the rhythms themselves. Of course, “less abrasive” doesn’t necessarily mean it hit any less hard: Martin knows how and when to drop a heavy beat directly on top of you, and there’s a carefully crafted tension throughout this record, no matter how sparse or dense that beat actually is.

Sparseness and density tend to work in tandem on London Zoo’s strongest tracks: Bass hits at machine-gun intervals, leaving deep, tube-station echoes disintegrating in its wake and giving a number of these tracks a simultaneous sensation of freeness and claustrophobia. Reverberating, distorted voices and spare synth melodies close in on you even as they recede into the distance, and the rhythms are so pervasive and locked in that after a while you start hearing the spaces in between as much as you’re hearing the beats themselves.

Martin has also enlisted an army of top-notch singers and toasters for the record, ranging from dancehall veterans like Tippa Irie to Burial and Kode9 collaborator Spaceape. However, three names in particular stand out. First, there’s Roll Deep member Flowdan, whose grumbling, elastic baritone contributions to the chaingun-rhythm “Jah War” (heard on the fantastic 2006 Planet Mu comp Mary Anne Hobbs Presents the Warrior Dubz) and last year’s sinster, headknock single “Skeng” show up again here. Flowdan is also at the center of the manic “Warning”, which features one of the album’s best hooks and a hell of a rampaging performance; there’s one cool bit about halfway through where he ratchets the intensity in his voice down to a conversational rumble to match a moment in the song where the bass draws back, then resumes shouting right when it drops back in.

Singer/toaster Ricky Ranking shows up on three tracks as well, and his vocal range– switching from sweet melodies to foreboding chants– is impressive, even if he’s best suited to the slower numbers (especially the dirgelike closer “Judgement”). And the two appearances from Warrior Queen are knockouts: “Poison Dart”, originally released as a single last year, is ruffneck feminism (“Though me na sling no gun, a boy think sey me soft/ But me a real poison dart”) delivered with a sharp, wailing sneer over more low end than most MCs could contend with, and “Insane”, which augments a chirpier, more buoyant flow with a smoothly-sung chorus and a few out-there adlibs, including a funny little riff on Tears for Fears’ “Mad World”.

The only caveat concerning London Zoo is how far it might skew away from your traditional notions of dancehall– and even then, it helps to recognize that, if anything, this record is another manifestation of how London has transformed the sounds of Jamaica to its own ends, from 2-tone to jungle to dubstep. It’s a tense record, sure, but that tension is palpable in a crossover-friendly way, invoking Babylon and fire while avoiding the more problematic aspects of “slack” lyrics. It’s angry and ferocious, but always triumphant: When it threatens to bust out your windows and rip holes in your speakers, it crackles with the kind of force that makes you want to punch the air as hard as your subwoofers do.
(Nate Patrin, Pitchfork, July 30, 2008)

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buzzandmusic said in 12 Novembre, 2008 at 15:27

pensavo di mandarti una radiolina in omaggio con le frequenze bloccate Alien:-)
Grazie per la tua breve testimonianza:-))Potenza di internet se due post cosi’ lunghi ed interessanti ci stanno entrambi su una pagina:-)))Grazie mille,duemila e tremila,per il quattromila mi riservo di scriverlo nei prossimi post:-)))

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Alien on Acid said in 12 Novembre, 2008 at 15:28

e…non c’entran nulla con Techno e con il Punk, ma i due dischi di Burial, io li adoro e venero; secondo me, sono destinati a essere i Massive Attack del terzo millennio…più o meno eh!

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Alien on Acid said in 12 Novembre, 2008 at 15:33

fatto 30, facciamo anche 31…

Burial:
Untrue
[Hyperdub; 2007]
Rating: 8.4

If you know the true identity of London dubstep artist Burial, consider yourself a member of a very exclusive circle. Steve Goodman, who runs London’s Hyperdub label, knows– he cuts Burial’s royalty checks, after all– but if anyone else does, no one has yet had the temerity to out Burial’s inner Peter Parker. Read an interview or two with the artist himself, and you’ll quickly figure out why he’s chosen to remain anonymous. Burial’s decision not to let a backstory be a part of the music doesn’t come across as a strategy calculated to maximize hype, but just the opposite: a means of keeping the music pure, faceless, answerable only to itself– a closed system.

The critical success of Burial’s self-titled first album threatened to derail the project’s mystery, however. A collection of tunes recorded at home on a low-tech setup over the course of many years, Burial– moody, brooding, by turns supple and sullen– shot to the top of many critics’ best-of lists last year. To judge from a recent interview with Burial posted on the Hyperdub website, the attention was more distracting than gratifying. “The first [album] got slightly out of where it belonged,” he says, “and I found it a bit difficult to just block things out and make tunes in a low key way again, and it took time to just get back to doing that, and liking it, and doing it fast, and not trying to be a perfectionist. Just trying to dream up tunes again without worrying what people were going to think.”

But if it’s the reclusive life that Burial seeks, he might just be his own worst enemy, because his new album, Untrue, bests Burial’s fans’ wildest hopes for the followup. Burial was a worthy, sometimes thrilling record– an impressive debut– but it sometimes lost focus, particularly when it attempted to carve out something closer to “proper,” clubwise dubstep. But Untrue maintains the style and the vibe of the first album and yet does it better. It’s a deeper album– richer, more complex, more enveloping. The irony is that almost nothing has changed. Burial still makes his beats (at least, so he claims) with relatively lo-fi audio editing software, eschewing the comfort of sequencers and MIDI clocks. His string sounds, which on Burial let many a critic to call his music “cinematic,” sound as unabashedly canned as they did last time, and his manipulated vocals– warped, time-stretched, pitch-corrected– are just as unabashedly emotive.

Like Burial, Untrue is a homage to UK garage, or two-step– a short-lived, oft-mourned fusion of breakbeats and house music that peaked in the late 90s before morphing into offshoots dubstep, grime, and bassline house. Thus Burial’s beats swing wildly, as though flitting between two tempos in the space of a single bar; jittery hi-hat patterns flash like knives being sharpened, and tooth-cracking rimshots invariably fall on the third beat, dividing time in odd ways. His beats seem to rush, trying to catch up with their own out-of-control forward motion, and then– crack!– having caught up, they simply hang there, as though unsure what to do with the remaining time left in the measure. It’s a relay race marked not by starter’s pistols, but stopper’s pistols, leaving an impression at once rigid and woozy.

But what Burial gets wrong is at least as interesting as what he gets right. Where two-step was marked by its precision– staccato sub-bass, nimble cadences, rapid-fire vocal shots– Burial smears everything until the songs’ moving parts are all but indistinguishable. In “Ghost Hardware”, what sounds like the creaking of a swingset grates in the background, as if attempting to tug the music out of its planned arc. On “Shell of Light”, piano and strings eddy to a crawl as rain drizzles over muted, multi-tracked vocals. There’s nothing on Untrue that’s likely to work in the dance club, but that’s beside the point. Top-heavy with sad string passages and mournful vocal loops, Untrue is an album meant to be heard at home, in the car, on headphones– his songs feel almost like beautiful secrets being whispered to a listener.

Thanks to Burial’s use of vocals, Untrue is overflowing with earworms, its spongy terrain pocked and pitted until the ground threatens to give way with every step. It’s not a pop album, at least not by Top 40 standards, but his voices– male, female, and ambiguous– wriggle deep into the listener’s consciousness. They’re just intelligible enough to stick– I’m pretty sure that the refrain to “Near Dark” runs, “I can see why I love you”– and unintelligible enough to resist dislodging. Occasionally paired with scraps of what might be movie dialogue, they recall the haunted intimacy of Luomo’s Vocalcity; like that record, they toy with r&b’s conventions, heavy with breath and rippling with trills and melisma, some of it digitally imposed.

Like everything in Burial’s music, the vocals are supercharged with emotion: Loaded with distance, they often sound like they’ve been recorded several rooms away from their source. Burial isn’t afraid of sidling up next to cheesiness, practically flirting with bathos– his string sounds are uniformly synthetic and his voices seem expressed in miniature; like Thom Yorke, he raises affect almost to the level of fetish. Burial’s all-permeating use of reverb could be a crutch if it didn’t work so well. The haze works in his favor, leaving a level of plausible deniability– you can never be entirely sure that what you’re hearing is really there in the track, creating a wonderfully unfinished feeling to the record.

“Sometimes you just want music to stay where it is from,” says Burial in his Hyperdub interview. “I love drum & bass, jungle, hardcore, garage, dubstep, and always will till I die, and I don’t want the music I love to be a global samplepack music. I like underground tunes that are true and mongrel and you see people trying to break that down, alter its nature. Underground music should have its back turned, it needs to be gone, untrackable, unreadable, just a distant light.” Untrue is just that. It quivers like a hissing lightbulb, one that illuminates the tracks scattered around it– garage, dubstep, soul– and in doing so smears them into unique shapes. Untrue shows the hunched, unreadable form of Burial’s refusenik stance– back turned, hands shoved in pockets– and practically commands you to follow.
MySpace: http://www.myspace.com/burialuk
(Philip Sherburne, Pitchfork, November 13, 2007)

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buzzandmusic said in 12 Novembre, 2008 at 15:34

io ho preso “untrue”, a marzo, dei Burial……..mi piacciono,i Massive Attack nel loro massimo splendore di “mezzanine” (secondo molti una pietra miliare)sono ancora un pochino lontano…….come chi paragona i Killers agli u2…….qualche bella bistecchina ancora se la debbono mangiare no???????pero’ come sempre degustibus…….

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Generale Lee said in 12 Novembre, 2008 at 15:34

…..alla faccia: qui c’è gente preparata…
Non come Linus….che poi mi piacerebbe vedere le facce di chi lo ascolta…ogni tanto facendo zapping mi capita la sera in TV di vedere la trasmissione: avete presente?….roba da rimpiangere la mera trasmissione radiofonica…

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Alien on Acid said in 12 Novembre, 2008 at 15:36
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buzzandmusic said in 12 Novembre, 2008 at 15:36

ammazza aho’ che velocita’,mi sembri Keith Emerson al piano:-))pero’ andava forte……..eh eh eh eh eh

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Alien on Acid said in 12 Novembre, 2008 at 15:42

Caro Generale Lee, ho visto qualche volta, per pochi minuti, credo su Allmusic, la sera tardi facendo zapping, il duo Linus e Savino: avvilenti.

@buzz, ho scritto destinati a diventare i Massive, non ho scritto “sono”, al presente. Fermo restando che per me, è un gran bel disco Untrue; tra i primi 5 del 2007 di sicuro.

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buzzandmusic said in 12 Novembre, 2008 at 15:42

piu’ che preparato,parlo per me, apppassionato Generale Lee……e soprattutto ,a differenza di altri blog e bloggucci ,non facciamo gare ma ci scambiamo informazioni arricchendoci reciprocamente.
Se capita Linus da queste parti smette di fare footing e si mette a studiare,fermo restando che oltre a Milano vive anche a 300 metri da casa mia……….almeno se c’era Albertino due risate me le facevo.Quando lo incontro in edicola io prendo Jam e Buscadero,lui Novella 2000:-))O da Blockbuster,io i dvd di musica live lui i cartoni animati…….non ci crederete ma è cosi’!Pero’ va a correre col sindaco e tutta la giunta municipale….ho reso l’ideaaaaaaaaaaaa?

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buzzandmusic said in 12 Novembre, 2008 at 15:47

infatti io ho interpretato destinati a essere i nuovi Massive Attack che se non erro stanno rimandando e rimandando il nuovo disco…..crisi di idee???E quali sono i primi 5 2007Alien???Uno di sicuro IN RAINBOWS……….a proposito Generale Lee hai letto che dovrebbero fare il dvd di Deja vu dei CSN&Y?Wow

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buzzandmusic said in 12 Novembre, 2008 at 15:49

RAGAZZZZZZZZZZZIIIIIIIIIIIIIIIIIIII POSTATEMI ANCHE SUGLI ALTRI TOPICCCCCCCCCC SEMPRE SE VOLETEEEEEEEEEEEEEEEEEE!
azz siamo già oltre i 200 topic ,i 1200 messaggi e le 500 mail,maronnnnnnaaaaaaaaaaaa e chi lo avrebbe mai immaginato?

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Alien on Acid said in 12 Novembre, 2008 at 15:52

Credo che Massive, non sappia o sappiano (ho perso il conto su chi è rimasto e chi no), cosa fare. Crisi di idee, dopo l’ultimo, decisamente sotto tono, anzi bruttino.

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buzzandmusic said in 12 Novembre, 2008 at 16:05

Mi pare siano rimasti in due,manco a basket possono giocare:-)))Crisi di idee si,come D’Alessio:-)In compenso la Tatangelo suona il piano e lui la trom …………

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Generale Lee said in 12 Novembre, 2008 at 16:10

ALIEN ON ACID: ecco, quel che hai visto tu…per fortuna non sono ancora in prima serata…il bello è che non so quanto prendano per dire delle minc…te che direbbe anche il primo che passa per strada.
BUZZ: anche io sono più che altro appassionato direi….decisamente!!!
Anche se adoro NY, come ben sai, non prenderò il DVD perchè CNS&Y non mi entusiasmano… dovevano limitarsi al primo album…e stop.
La mia opinione è che le reunion, specie se periodiche…vanno bene (IN GENERE) solo per far soldi o per rilanciare qualcuno….che so…Stills? Poi si sa che comanda Neil eh….quello è un despota!!!

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Alien on Acid said in 12 Novembre, 2008 at 17:06

Caro Generale, credimi, avrei preferito non vedere. 😉

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Alien on Acid said in 12 Novembre, 2008 at 17:13

Great album. Wrong title…giusto per metter ulteriore carne sul fuoco di questo blog.

Ali Eskandarian – Nothing To Say [Wildflower, 2008]

tracklist:
1. Waking Up Is Hard To Do
2. Memphis
3. All We Do
4. Black Tar Man
5. Dangerous Road
6. Government Meat
7. Nobody
8. Her Red Leather Hat
9. Johnny Goes To War
10. Eastern Fancy

Great album. Wrong title.

The debut album by Eskandarian was originally due for release back in March 2008, but for whatever reason, it has only just surfaced.

Of Iranian descent, Eskandarian skilfully weaves in Eastern influences into his pot pourri of country blues, folk and Americana. ‘Eastern Fancy’ demonstrates his Persian influences and incorporates simple guitar picking with mosque type wailing vocals that work. ‘Nobody’ continues in a similar vein with the Eastern vibe pinning down the song.

The first single ‘ Government Meat’ is a country blues number, concentrating on some slide on an acoustic guitar. However it’s not the strongest song on this album and isn’t representative of what this album is all about. Any of the first four tracks, ‘Waking Up Is Hard To Do’, ‘Memphis’, ‘All We Do’ or ‘Black Tar Man’ would have been better choices.

‘Waking Up Is Hard To Do’ kicks off the track list with a poppy Dylan style harmonica that sets the standard of what’s to follow. ‘Memphis’ is a simple number where Eskandarian brings in some electric slide guitar as the background that provides the resonance his voice works well against, telling the story of a wanderer who keeps returning to this magical city.

‘All We Do’ could have been sung by Jim Reeves. Again another simple song, with some swirling organ and a old style country flavour. ‘Black Tar Man’ brings to mind Jeff Buckley with a certain Jagger swagger. Yet again very simple but extremely powerful.

If you’ve ever felt down and who hasn’t? then ‘Dangerous Road’ outlines the things that some people are willing to go through to get back the people they’ve lost including threatening to kill themselves as their partner has now got together with someone else. Don’t listen to this with a broken heart or if you’re the hurt partner.

Despite the album title, Eskandarian has plenty to say. And he says it in a simple but well thought out and compelling way.
(americana-uk.com)

Per chi vuol provare un ascolto: http://www.myspace.com/alieskandarian

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Alien on Acid said in 12 Novembre, 2008 at 17:15

azzzzzzzz!!! ho sbagliato a postare qui Ali Eskandarian! Buzz se riesci spostalo in su. Grazie.

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buzzandmusic said in 12 Novembre, 2008 at 17:17

Mannaggia non vi seguo piu’ siete di una rapidita’ disarmante e non sono nemmeno riuscito a pubblicare gli ascolti della settimana,dopo lo faccio……

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buzzandmusic said in 12 Novembre, 2008 at 17:21

ok Alien …… e damme er tempo aho’,mica c’ho a Ferrari:-)))))

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Alien on Acid said in 12 Novembre, 2008 at 17:22

Buzz, sto cominciando a scaldarmi ora. Eheh!!!;-)

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buzzandmusic said in 12 Novembre, 2008 at 17:34

che hai il diesel o sei a benza?i miei polpastrelli sono in riserva:-))))

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