È un ritorno nel pieno rispetto dei tempi di produzione di una volta quello dei Dilaila, quasi un omaggio all’epoca d’oro dei long playing, degli anni in cui tornare in sala equivaleva esclusivamente a svuotare il cilindro colmo di idee e melodie selezionate accuratamente nel corso degli anni. Cercata, oltremodo attesa, la band milanese rientra nella maniera più consona al proprio dna musicale, allontanandosi in parte dalle disturbate frequenze rock indipendenti nostrane e dai richiami londinesi, calcando i sentieri della “musica leggera†che conta. Perché ai ragazzi della Pippola piace sentirsi proprio così, “leggeri” senza alcuna vergogna, fieri di un percorso produttivo ricco di sventagliate retrò e dischi oltremodo deliziosi, dislocati con fiuto ed eleganza nei vari ceppi musicali del Bel Paese.
Tinte noir, narrazioni vibranti, tratti melodici incisivi e marcati più che mai dall’ugola caldissima di Paola Colombo - chanteuse come non se ne vedono più in giro da eoni – incarnano l’essenza e l’audacia dei Dilaila. Se dovessimo confrontarli con qualsiasi altra band italiana odierna, sarebbe quasi grottesco dedurne le similitudini. Piuttosto, occorrerebbe scomodare le lancette dell’orologio e tornare indietro di due decadi, o forse più, fino a raggiungere la Strambelli e iMatia Bazar più introspettivi.
“Ellepì†è un disco che trasuda concitazioni interiori a iosa, dirama tenebrose prese di coscienza, il principio di una nuova armonia, indossa “maschere infantili†e si “batte come un samurai†nei complicati ingranaggi del cuore, senza ricorrere a stratagemmi di contorno o artifizi produttivi. In tal senso, la band mostra un’accuratezza strumentale dei dettagli a tratti sopraffina. I percorsi e le melodie mutano a seconda degli umori. E così, “Settembre” evidenzia l’algida rassegnazione di una donna che ha perfettamente intuito la fine del proprio rapporto, in un tran tran di smanie reiette e flussi celati dell’Io. Allo stesso tempo, la disperazione lucida de “Il tamburo di latta†getta gli ultimi cocci di una relazione conclusa nel peggiore dei modi, in un’ostentazione plurima di assolute “verità †e accettazione non corrisposta.
Se “Pensiero“ fosse uscita a cavallo tra i Sessanta e i Settanta, avrebbe senz’altro arricchito le casse della RCA, mentre “Ally†ondeggia soave al centro del piatto, nell’apprensione/stupore di un miracolo amniotico che stenta a essere compreso o razionalizzato.
È la canzone d’autore italiana che rimostra i suoi artigli, ritrova le sue muse e i suoi orchestrali lontana dai riflettori e dagli inganni.
Abbiatene cura.
Tinte noir, narrazioni vibranti, tratti melodici incisivi e marcati più che mai dall’ugola caldissima di Paola Colombo - chanteuse come non se ne vedono più in giro da eoni – incarnano l’essenza e l’audacia dei Dilaila. Se dovessimo confrontarli con qualsiasi altra band italiana odierna, sarebbe quasi grottesco dedurne le similitudini. Piuttosto, occorrerebbe scomodare le lancette dell’orologio e tornare indietro di due decadi, o forse più, fino a raggiungere la Strambelli e iMatia Bazar più introspettivi.
“Ellepì†è un disco che trasuda concitazioni interiori a iosa, dirama tenebrose prese di coscienza, il principio di una nuova armonia, indossa “maschere infantili†e si “batte come un samurai†nei complicati ingranaggi del cuore, senza ricorrere a stratagemmi di contorno o artifizi produttivi. In tal senso, la band mostra un’accuratezza strumentale dei dettagli a tratti sopraffina. I percorsi e le melodie mutano a seconda degli umori. E così, “Settembre” evidenzia l’algida rassegnazione di una donna che ha perfettamente intuito la fine del proprio rapporto, in un tran tran di smanie reiette e flussi celati dell’Io. Allo stesso tempo, la disperazione lucida de “Il tamburo di latta†getta gli ultimi cocci di una relazione conclusa nel peggiore dei modi, in un’ostentazione plurima di assolute “verità †e accettazione non corrisposta.
Se “Pensiero“ fosse uscita a cavallo tra i Sessanta e i Settanta, avrebbe senz’altro arricchito le casse della RCA, mentre “Ally†ondeggia soave al centro del piatto, nell’apprensione/stupore di un miracolo amniotico che stenta a essere compreso o razionalizzato.
È la canzone d’autore italiana che rimostra i suoi artigli, ritrova le sue muse e i suoi orchestrali lontana dai riflettori e dagli inganni.
Abbiatene cura.
(13/10/2010)
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1. Settembre
2. Pensiero
3. Sapore di sangue
4. Tutta l’aria che c’é
5. Ally
6. The sleeper
7. Il Trono
8. Oh no!
9. Il tamburo di latta

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Ohio blues-rock crankers the Black Keys are the latest band to dip into a studio to record an iTunes Session. At 10 songs, it’s practically a full-length itself. The tracklist is heavy on songs from the recent album Brothers; check it out below.
As previously reported, the band pointed out that MTV had fucked up their name on the plaque for their Breakthrough Video Award for “Tighten Up”, printing “Black Eyed Peas” instead of “Black Keys”. The network has since apologized for the screw-up: “MTV sincerely regrets the clerical error that resulted in the Black Keys receiving the wrong VMA awards. We are happy to report new trophies reflecting the Black Keys’ win are currently in development and they should receive them shortly. Lastly, we thank The Black Keys for their considerable patience and understanding regarding this matter.”
iTunes Session:
01 Chop and Change
02 Everlasting Light
03 Howlin’ for You
04 I’ll Be Your Man
05 Next Girl
06 She’s Long Gone
07 Sinister Kid
08 Tighten Up
09 Too Afraid to Love You
10 Your Touch
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