(Un po’ in ritardo rispetto al quarantesimo anniversario, caduto in primavera, la EMI pubblica la deluxe edition di uno dei più famosi album Jethro, affidando il remix al conclamato maestro di restauri del genere: Steven Wilson. Due le edizioni proposte al pubblico. La prima possiamo definirla “umile”, con gli originali su un disco e dodici provini, outtakes e alternate sull’altro; la seconda invece “smodata”, con i due CD più un DVD e un Blu-Ray per il surround, la replica in vinile e un libro a dorso duro con foto, interviste, memorabilia. )
Nelle note per l’edizione nuova di quest’album, Ian Anderson racconta che mai e poi mai avrebbe immaginato di festeggiare un giorno i 40 anni della sua creatura, Jethro Tull, e delle opere nel tempo generate. Ma così è, e la spinta propulsiva pare tutt’altro che esaurita. Prima sono venute le celebrazioni per This Was, poi per Stand Up, un giro di pausa per Benefit (il pezzo minore della serie) e ora tocca ad Aqualung, l’album che nel 1971 impose la band non solo in Gran Bretagna ma anche negli Stati Uniti, terra all’apparenza refrattaria alla musica di quello strano figuro con flauto e palandrana e ai suoi versi paradossali e polemici.
La Island aveva aperto da poco i suoi studi a Basing Street, Londra, e lì i Jethro approdarono alla fine del 1970 per registrare il quarto LP, in un periodo cruciale della loro vicenda. Se n’era andato Glenn Cornick, il bassista originale, sostituito da Jeffrey Hammond, e il tastierista John Evan aveva sciolto le riserve entrando in formazione stabilmente dopo un periodo di collaborazione esterna. Il vecchio amico David Palmer si offrì come arrangiatore ed ecco una squadra nuova e motivata agli ordini del trainer Anderson per una nuova serie di canzoni.
Così era nella testa dell’autore, “just a bunch of songs”, ma quando Aqualung nel giro di pochi mesi fu pronto e uscì nei negozi, marzo 1971, pubblico e critica lo salutarono come un concept album, uno dei migliori e più amati di un’epoca che in effetti prediligeva il “concettuale”. Anderson ha passato la vita a rinnegare quella lettura, a suo avviso fuorviante. “Era un album di canzoni varie, con strumentazione e intensità diverse, e tre o quattro brani erano effettivamente connessi tra di loro. Ma di lì a farne un concept album… Quando mi misi a scrivere le canzoni del disco dopo, ragionai su quella reazione e dissi: ‘Va bene, visto che sono convinti che Aqualung sia un concept album, ora gliene preparo davvero uno.’ E così nacque Thick As A Brick, come una sorta di parodia – una caricatura di quel genere.”
A contribuire all’equivoco anche la particolare segnaletica dell’album, con una prima facciata intitolata “Aqualung” e l’altra “My God”. Ma solo la seconda parte, a cominciare dalla sdegnata canzone rivolta a Dio Onnipotente (il capolavoro dell’album), era in effetti una suite dedicata ai temi della religione e alle sue contraddizioni (il Signore “imprigionato in una gabbia d’oro”, mortificato e usato per le miserie degli umani). Nelle prime canzoni si parlava d’altro, della lotta per la sopravvivenza nell’Inghilterra di mendicanti e prostitute, dell’educazione scolastica tanto severa quanto fallace, del rapporto tra un figlio e il genitore in punto di morte (lo straziante haiku autobiografico di Cheap Day Return).
La musica seguiva quelle onde. Era una voce forte, una spada tranciante nella title track, in Locomotive Breath, nella melodrammatica My God mentre in altri momenti assumeva toni gentili e costeggiava le rive del moderno folk revival. “In quei tempi mi ispiravo a Roy Harper e Bert Jansch”, avrebbe confessato tempo dopo Anderson, e buona parte delle canzoni conferma la derivazione; sono brevi intermezzi di passaggio verso parti più forti del disco, come Mother Goose e Slipstream, o brani più solidi tipo Wondering Aloud, un piccolo gioiello dimenticato. Ecco un altro elemento controverso di Aqualung. Per qualcuno segna l’inizio dei Jethro Tull hard rock, ed è storia che gli Iron Maiden considerino Hymn 43 una delle canzoni decisive per il loro suono; d’altro canto è un’opera che volentieri indulge all’acustico, seguendo la scia di belle melodie del passato come Sossity o Look Into The Sun.
Aqualung sbancò la scena anche per la forza di suggestione della copertina, con un acquarello di Burton Silverman che ritraeva un uomo dal ghigno stranito, con una lunga chioma e una sciatta palandrana; era un mendicante che la moglie di Anderson aveva fotografato sulla riva del Tamigi, ispirando lei e il marito a scrivere i crudi versi della title track e a fare di quell’uomo, ribattezzato Aqualung, il simbolo dell’opera. Come spiegava la blasfema introduzione, non è stato Iddio a creare l’Uomo ma l’Uomo a creare Dio, secondo i propri comodi – e a dare vita poi ai reietti come Aqualung, che pure, lo veda o meno la nostra ipocrita società, portano anch’essi dentro di sé la scintilla dello spirito divino.(myword)

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Ian Anderson pur nella sua evoluzione, ha sempre mantenuto una personalità molto originale, per cui anche se non è il mio artista preferito, tanto di cappello!!
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convengo al mille per mille
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