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B16 said in 24 Febbraio, 2011 at 11:20

…i ‘nomi’ pagano sempre pegno su pitchfork… se avete sentito l’album di james blake (voto 9) e pensate che utilizzano il ragazzino come riferimento rispetto ad esempio a feral possiamo forse anche renderci conto di come sia un discorso capovolto, in cui secondo l’autore sono i radiohead a seguire il nuovo talento inglese…che per chi scrive non sarebbe nemmeno esistito senza thom e compagni…ondarock come sempre dara’ 8 a qualche album psych folk drone underground bachelor music perche’ altrimenti perdono la nomea italiana di ‘alternativoni’ ma ai radiohead no, un bel voto no, gli diamo 7 come ai baustelle…

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B16 said in 24 Febbraio, 2011 at 11:31

MURRALIN LANE
Our House Is On The Wall
(12k) 2010
post-atomic drone-core

7,5

Due figure in trasparenza spettrale su uno scorcio di un bosco dai colori autunnali: l’immagine di due fanciulli dispersi nella memoria che probabilmente sono (o quanto meno vanno a simboleggiare) i protagonisti dell’inedito duo Murralin Lane, che in questo debutto “Our House Is On The Wall” condensa una mezz’ora di musica evanescente, sfuocata come i ricordi di istantanee di luoghi, persone, sentimenti.

Uno dei protagonisti del duo è già ben noto a chi segue con attenzione le variegate intersezioni tra minimalismo pianistico e sperimentazioni elettroniche: il fanciullo con la maglia a righe ritratto sulla copertina non rappresenta dunque altri che David Wenngren (già impegnato in innumerevoli progetti quali Library Tapes, Forestflies e Le Lendemain), mentre la ragazzina dai capelli rossi è Ylva Wiklund, che aggiunge per la prima volta l’elemento vocale alla musica dell’artista svedese.
Insieme, si addentrano in un territorio umbratile e dal fascino arcano, nel quale confrontarsi con la paura dell’ignoto e con schegge del proprio passato, evocato e rimaterializzato in sette tracce cupe e impalpabili, ma profondamente vibranti nella loro superficie inquieta.

Oltre alla voce eterea di Ylva – registrata in prevalente bassa fedeltà, spesso addirittura attraverso un telefono cellulare – l’altro elemento saliente che giustifica l’ennesima nuova denominazione assunta da David Wenngren è l’abbandono del pianoforte, in favore di timbriche ed echi processati, talora in maniera piuttosto pesante, e suoni catturati all’alba intorno alla sua casa di Eskilstuna, ove l’album è stato interamente realizzato. Eppure, in parte per le esili linee melodiche disegnate in controluce dalla Wiklund, ma soprattutto per le saturazioni narcolettiche e sottilmente psichedeliche alle quali sono sottoposti riverberi, folate ambientali e increspature rumoriste, i sette brani racchiusi nel lavoro tendono quasi tutti alla costruzione armonica, a un flusso sonoro dai movimenti graduali ma dall’efficacissimo contenuto emozionale.
Qualche che sia, infatti, l’atmosfera assunta dalle composizioni di Murralin Lane (l’immaterialità brumosa di “Folding Paper Planes”, l’impalpabilità elettroacustica di “She Was Climbing”, la claustrofobia di “In The Woods”), le iterazioni circolari delle texture di fondo permangono sempre sufficientemente permeabili ad accenni melodici e cadenze di uno slow-core post-atomico in bassa fedeltà, a metà strada tra il sinuoso distacco di una Jessica Bailiff e le fosche allucinazioni di Mat Sweet (in particolare nella splendida “She Collected”).

Quando poi Wenngren decide di enfatizzare le sue modulazioni elettroniche, vi è pure spazio per l’avvolgente uniformità ambientale della title track, che sembra quasi voler gettare un ambizioso ponte tra i paesaggi cosmici di Mark Nelson e le aspre melodie di Dean Roberts.
Tutte caratteristiche che, insieme, fanno di “Our House Is On The Wall” un esordio brillante, capace di distribuire carezze e graffi, suscitando brividi di paura e d’emozione, che giustificano appieno l’ennesima denominazione dell’instancabile artista svedese: per tematica, partner e varietà espressiva, Murralin Lane si atteggia già a progetto di compiutezza e potenzialità di coinvolgimento molto elevata, tra i tanti paralleli a Library Tapes.

QUESTA SI CHE E’ MUSICA….UN BEL DISCO post-atomic drone-core CHE TI TIRA SU…

http://www.ondarock.it/recensioni/2010_murralinlane.htm

😉

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B16 said in 24 Febbraio, 2011 at 11:33

AMEN vale THE KING OF LIMBS…CLARO QUE SI!

L’altra mattina prendevo il caffè al bar, e alla radio hanno passato il nuovo singolo dei Baustelle, “Charlie fa surf”. Mi è venuto in mente che da qualche parte ho letto che la canzone cita la famosa foto di Maurizio Cattelan, quella con lo studente dalle mani inchiodate al banco con delle matite (a sua volta citazione di una canzone dei Clash, “Charlie Don’t Surf”). Non avevo mai provato ad accostare Cattelan ai Baustelle. Entrambi lì, tra la provocazione e il feticcio. Tra il j’accuse e lo sfottò. Charlie è veramente un indifeso povero teenager sotto psicofarmaci in cui il pubblico di Mtv Italia può identificarsi, o veramente piuttosto “una mazza da baseball quanto bene gli fa”?

Che l’opera finale piaccia o meno, la forza comunicativa è in ogni caso notevole. “Amen” è un disco cattelaniano, estremo. Tutte le caratteristiche dei Baustelle come li conosciamo sono amplificate al massimo: il citazionismo radical-chic diventa sfrenato (persino la copertina ricorda con sospetto l’omonimo dei La’s), l’interpretazione chansonnier raggiunge nuove vette (l’”effetto De André” è perfetto in “Antropophagus”), gli arrangiamenti terminano il processo di alta-fidelizzazione, ricercatezza e piuccheabbondanza a cui assistevamo da “La Moda del Lento” passando per “La Malavita”, le liriche, sempre più contestualizzate, si trasformano da versi a manifesti, slogan, meta-arte.

Cattelan è un artista concettuale, eppure le sue opere sono esteticamente perfette, quasi maniacali. Allo stesso modo i Baustelle sono diventati maniacalmente formali. Il disco è iperprodotto, perfettamente bilanciato tra i singoloni col riffone (se non fosse per Brasini, che suona la chitarra come se frustasse dei buoi attaccati all’aratro, Bianconi sarebbe un meraviglioso Jens Lekman nostrano) e composizioni estremamente sofisticate, alle vette della canzone italiana, cose che potrebbero cantare Mina e Celentano, per capirci.
E poi che dire di quei brevi spazi strumentali? Omaggi agli ospiti (Mulatu Atsatke, Beatrice Antolini), sfoggio di ritrovata ecletticità elettronica (l’intermezzo quasi-house di “Baudelaire”), oppure vanesi riempitivi per riempire il cd e cullarsi nella pia illusione che così qualcuno si convinca che valga la pena spenderci 18 euro? Cattelan non ha questi problemi, non ha il pubblico umorale del pop, non è schiavo della promozione, delle interviste obbligate dove deve ripetere sempre le stesse cose, mentre gli altri membri della band fanno finta di non annoiarsi a morte, dei mezzi di comunicazione di massa e di un batterista pestone che ci fa rimpiangere il desaparecido Claudio Chiari. Non vende dischi “in questo modo orrendo”, Cattelan.

Eppure, nella tragicità di questa situazione, i Baustelle partoriscono un album profondo, pieno di suoni da sentire, di parole da cogliere. E non tanto per l’affascinante visione bianconiana del divino, di cui ci eravamo accorti già da un po’, ma anche per le canzoni della Bastreghi, il cui unico difetto è avere un timbro vocale un po’ troppo vicino a nota cantante nazionalpopolare poco amata in certi circoli della pseudointellighenzia milanese che si leggono nei ringraziamenti.

Le canzoni mi consentirebbero di fare una sfilza di citazioni colte da sfidare il listone di “Baudelaire”: Umiliani, Trovajoli (non a caso il cameo del fischio più famoso del mondo, quello di Alessandroni), Lee Hazlewood, e forse anche qualcuno ancora più vecchio come C. A. Rossi (altra cosa rispetto a C. U. Rossi, direttore artistico dell’album), ma alla fine riconosco per primi loro, i Baustelle, anche dietro gli strati di orchestra, di fisarmonica, di spinetta, di post-produzione, di batteristi e chitarristi pestoni, di n cose di cui si poteva fare volentieri a meno, riconosco che Bianconi è lo stesso che ha scritto “Gomma”, “Il seno”, “Cuore di tenebra”.

Questo disco ruggisce, è l’opera matura di una band che sta dando tutto mentre la fragile architettura su cui si reggono i suoi destini le sta crollando addosso (il liberismo avrà anche i giorni contati, ma il capitalismo no e il formato-album è una delle prossime vittime), con una lucidità sorprendente rispetto a noi consumatori, signori e signore e il nostro “eterno roteare come agnello nel kebab”. E anche dopo essere stato messo a nudo, sotto processo, ecco che tutto il peso della caparbietà di “Amen” incombe anche sul più scettico degli ascoltatori, placido e sicuro nella sua posizione di osservatore asettico, lettore di dischi, contabile del medium. Lo paralizza, lo induce a riflettere, a ripentirsi, quasi.

http://www.ondarock.it/recensioni/2008_baustelle.htm

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B16 said in 24 Febbraio, 2011 at 12:00

…almeno non hanno scomodato Banksy per i Radiohead…

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buzzandmusic said in 24 Febbraio, 2011 at 12:00

non sopporto i baustelle, mi ricordano non musicalmente eh, liam gallagher…..grazie per le segnalazioni b16!

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buzzandmusic said in 24 Febbraio, 2011 at 12:02

invece i murralin li sentiro’ come ho sentito i gallesi colorama,non male affatto……AAA cercasi biglietti per glastonbury!

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B16 said in 24 Febbraio, 2011 at 12:51

nota: gli ultimi due post erano ironici…

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buzz said in 24 Febbraio, 2011 at 15:14

lo avevo intuito

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Generale Lee said in 24 Febbraio, 2011 at 15:52

……….B(a)ust(ar)elle chi??????………

AUGH

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B16 said in 24 Febbraio, 2011 at 17:50

andra’ a finire cosi’: post atomic drone core, il nuovo album dei balaustrelle… comunque come the king of limbs…avercene!

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buzz said in 24 Febbraio, 2011 at 20:05

si, a tonnellate ragazzi, rock on

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