Se nei due dischi precedenti erano la Vergine e il Demonio, qui, a dar retta al titolo, sono la Colomba e il Falco. Ma “hawk” non indica solo il rapace, è anche verbo e vuol dire “vendere porta a porta”, “diffondere”, “raschiarsi la gola”, e tra il serio e il faceto Mark Lanegan spiega che tutti i significati si prestano bene a titolo e canzoni. Gli crediamo, con una specifica importante: non c’è raschio che possa liberare completamente la sua gola da quella fuliggine e catrame e scorza dura che lo rende il più credibile (aspirante) Johnny Cash dei nostri tempi.
Sunday At Devil Dirt, il penultimo disco, era stato registrato insieme in studio, mentre qui Campbell e Lanegan tornano alle abitudini precedenti; basi preparate da Isobel nel suo eremo scozzese, spedite al Falco al di là dell’oceano e lavorate in una varietà di studi dalla California al Texas, dalla Louisiana alla Danimarca, con l’intervento in due brani del giovane amico Willy Mason. Repertorio vario con sorprese: ballate tra il gotico e il western con il chiaroscuro vocale dei due protagonisti, un paio di spettrali brani della sola Fata Turchina, uno strepitante strumentale dirty garage (Hawk) e perfino una variazione al tema di It’s A Man’s Man’s World (Come Undone) che potrebbe fare danni se le sale da ballo fossero quelle di una volta.
Ogni tanto appaiono nobili fantasmi: il Dylan di Lately, bello e smaccato, è assolutamente falso mentre il Townes Van Zandt di No Place To Fall è originale, in un angolo di buio e disperazione
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