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B16 said in Giugno 5th, 2010 at 10:04

Lascio anche il mio piccolo contributo al riguardo di The Wall, partendo in particolare dal film…

THE WALL
(UK 1982)
di A. Parker con B. Geldof

Ho rivisto The Wall in una piccola sala di Amsterdam, il Balie.
Proiettavano il film di Roger Waters e Alan Parker per interrogarsi sui rischi che corre la società olandese dopo l’uccisione, avvenuta poche settimane fa, del regista Theo Van Gogh ammazzato per strada da alcuni integralisti musulmani.
L’odio nei suoi confronti da parte delle frange più violente degli immigrati arabi in Olanda era nato per la realizzazione dell’ultimo documentario di Van Gogh, in cui attaccava la rigidità e la sostanziale assenza di giustizia nei confronti delle donne dell’ideologia islamica.
Perché scegliere The Wall? Perché paragonare la vita di Pink al possibile futuro del popolo olandese?
Le paure di dover ricominciare da capo dopo aver ottenuto successo e ricchezza, di vedere cancellato il proprio “stile di vita”, stanno provocando un aumento dell’ottundimento del cittadino medio anche in una società aperta, ironica e autoironica come quella dei Paesi Bassi.
Questi timori si mischiano ai pericoli del terrorismo e alle fobie razziste che individuano in ogni straniero un possibile pericolo: teorie che si stanno facendo strada, giorno dopo giorno, anche nel paese con la maggiore apertura mentale della Comunità Europea.
L’Olanda si trasformerà da acclamata stella del rock n roll a leader autoritario, paranoico e antisemita, dopo essersi annullata nell’hashish e avere distrutto e ricomposto tutto quanto aveva attorno?

Mentre le immagini si sovrapponevano ai miei interrogativi, la sala si manteneva nel più rispettoso silenzio. Addirittura pochissimi movimenti da parte degli spettatori, concentrati soprattutto nei momenti di pausa tra una traccia e l’altra: attenzione completa, al limite del’identificazione invece mentre il suono dei Pink Floyd si diffonde nella sala.
Le animazioni si distendono con una forza incredibile sullo schermo, dando vita agli incubi di Pink e lasciando l’audience ancora una volta senza fiato.
La mente di Roger Waters… bel mistero.
Ogni volta che rivedo The Wall ho una comprensione sempre inferiore alla precedente della totalità del racconto.
Mi perdo nella mia immaginazione, cercando Syd Barrett negli occhi di Bob Geldof, seduto, completamente azzerato, con la sigaretta che gli brucia tra le dita.
Oppure nella versione spogliata di Mother, vera chiave del film e origine degli incubi di Waters.
The Wall nasce e si perde nella campagna inglese, tra immagini sepolte nella nostra memoria, e i manifesti di una nuova iconografia rock in cui groupies, fans, poliziotti, security, manager non sono altro che una stanca caricatura di sé stessi.
Un circo arrivato esausto alle fine degli anni ’70, addirittura sull’orlo di una crisi di nervi nell’entourage dei Pink Floyd, acclamate star planetarie da quasi un decennio, ma incapaci di trovare (soprattutto in Waters) una dimensione meno conflittuale nel rapporto con il pubblico sempre più numeroso, fanatico ed invadente.
L’impossibillità di sfuggire al sistema è l’unica tremenda sicurezza che The Wall consegna allo spettatore.
Parker costella il film di piccole figure di contorno (tra cui spicca Bob Hoskins) pescate a piene mani dall’immaginario grottesco britannico: personaggi e caricature che trovano la loro consacrazione nel processo finale (The trial, che prosegue il pathos allucinato di Waiting for the worms), simboli loro malgrado del disfacimento sociale e culturale del Regno Unito.
The Wall riesce nell’impresa apparentemente assurda di collegare la maestria sonora dei Pink Floyd con la rabbia e l’esaltante incapacità strumentale del punk, utilizzando una serie di immagini rubate dalla discarica delle ambientazioni dei primi anni ’80: Parker infarcisce il film di riferimenti alla vita quotidiana e al trash, affidandosi ciecamente alle indicazioni di Waters, nel tentativo impossibile di completare il già perfetto ritratto della deprimente, calma, disperazione inglese, apparso nove anni prima sull’album che proiettò la band sulla vetta del mondo.

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