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Generale Lee said in maggio 18th, 2010 at 18:43

DEAD WEATHER BY ROCKOL:

Sea of cowards”: letteralmente “un mare di vigliacchi”. Questo è il titolo del secondo lavoro dei Dead Weather. Il supergruppo di Nashville torna ad un anno di distanza dall’album d’esordio, “Horehound”, che li ha, se così si può dire, “fatti conoscere” nel mondo indie e non solo. I componenti di questo mirabolante gruppo, infatti, non hanno davvero bisogno di presentazioni: parliamo di Jack White dei White Stripes, di Allison Mosshart dei Kills, di Jack Lawrence dei Raconteurs e di Dean Fertita dei Queens of the Stonage. Si potrebbe pensare che il gruppo abbia meditato di fondere tutte le caretteristiche delle varie band d’origine. Nulla di più sbagliato. Questo “Sea of cowards” suona nero che più nero non si può: atmosfere cupe, suoni distorti e loop che accentuano il senso di alienazione dei testi. Molto più schitarrato e molto più duro dell’album precendente, è da apprezzare la presenza vocale di White, che arricchisce e rende più vario il cantato. Nulla da togliere alla superlativa Mosshart, che in brani come “Gasoline” e “Jawbreaker” esibisce una sensualità dark ed estrema, da far impallidire l’amica /nemica Kate Moss, che le vorrebbe rubare il posto nei Kills. Partendo da principio, “Blue blood blues”, con fortissimi richiami agli Zeppelin e ai Black Sabbath, è il brano ottimale per introdurre l’ascoltatore e ciò che verrà in seguito. Arrivano con una scarica di synth ed echi spiccatamente anni Ottanta “The difference between us” e “I’m mad”, due brani che lasciano uno strano sapore in bocca, quasi agrodolce. Si prosegue poi con “Die by the drop”, cantata a due voci, dove la chitarra è sovrana, e “I can’t hear you”, in cui la rabbia rimane sussurrata, diventa quasi un avvertimento che non consente spazio a repliche. Sul finale ci sono ” No horse”, con vaghi richiami al repertorio dei White Stripes, e “Looking at the invisible man”, tripudio di distorsioni quasi ultraterrene. L’album si conclude con “Old Mary”: l’incipit è una filastrocca che si ripete e durante tutta la canzone, brevissima, inacalzano le parole: “Now till the moment of your last breath”, in contrasto coi vagiti di un bambino in lontananza,quasi ad indicare il sottile confine tra vita e morte. Nel “mare di vigliacchi”, di certo, non troviamo i Dead Weather: “Sea of cowards” è un tripudio di sperimentalismo che non passa inosservato. E Jack White sa bene cosa vuol dire non passare inosservati…

PS: C’è anche Black Keys e Exile on Main St….B16 buta l’oecc…..

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buzzandmusic said in maggio 19th, 2010 at 08:11

WOW GREAT ALBUMS!!!!!!!

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