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B16 said in giugno 24th, 2009 at 20:15

AC/DC

BLACK ICE WORLD TOUR
AMSTERDAM ARENA 23.06.2009

1. Rock n Roll Train
2. Hell ain’t a bad place to be
3. Back In Black
4. Big Jack
5. Dirty deeds done dirt cheap
6. Shot down in flames
7. Thunderstruck
8. Black Ice
9. The Jack
10. Hell’s Bells
11. Shoot to thrill
12. War Machine
13. Dog Eat Dog
14. Anything Goes
15. You shook me all night long
16. TNT
17. Whole Lotta Rosie
18. Let There Be Rock

Encore
19. Highway To Hell
20. For Those About To Rock
Quando uno splendido blues di Muddy Waters viene bruscamente interrotto da un treno fumetto lanciato a folle velocità l’eccitazione all’Amsterdam Arena diviene palpabile. L’animazione scollacciata e divertita introduce una versione atemporale degli AC/DC fissati dai ritratti a disegno in un limbo in cui l’età e le abitudini da bad boys sembrerebbero non svanire mai: lo schermo poi si apre in due a lasciare irrompere una motrice vera e propria che troneggerà per tutto lo show dietro la band. Rock n Roll Train serve a dare il benvenuto al gruppo e a far sgolare il pubblico prima che il party, come lo battezza immediatamente Brian Johnson, abbia inizio. Così in sequenza si passa ad un doppio immediato auto tributo: Hell ain’t a bad place to be e soprattutto una Back in Black marziale danno una scossa che nemmeno Big Jack riesce a raffreddare. Poi Dirty deeds done dirt cheap e Shot down in flames: rabbiose, sporche, assatanate. Dopo sei pezzi l’Arena ha un unico dominatore e non poteva essere altrimenti. Angus magnetizza lo sguardo di tutti i presenti, non importa cosa decidano di raccontare gli schermi. In moto perpetuo e elettrificato, posseduto e in preda all’estasi sciorina assoli roventi, sempre sopra le righe, sorretti da riff granitici. Gli stessi che hanno reso Black Ice un classico istantaneo della band, unica traccia dell’ultimo album con War Machine a riuscire seppur vagamente a reggere il confronto con i capolavori della band. Anticipata da una Thunderstruck tesa e acclamatissima è anche un perfetto aggancio blues alla storica The Jack, storiaccia ormai nota ai più che il buon Johnson racconta sempre con immarcescibile entusiasmo. The Jack è l’unico momento nell’intero concerto in cui Angus resta senza chitarra, anche se per pochi minuti: sulle note licenziose del gruppo dà vita ad uno striptease al rallentatore culminato dall’esposizione di un bel paio di boxer marchiati AC/DC, il tutto ovviamente tra il tripudio della folla.
Johnson sugli scudi oltre che per le interpretazioni perfette e l’abituale gestualità da vecchio sporcaccione anche per la lunga rincorsa con salto verso la campana che annuncia Hell’s Bells (delirio) seguita da una violentissima Shoot to thrill, in cui il pubblico è sembrato non aspettare altro che il momento in cui scatenarsi in un battimani ritmico senza freni.
Mentre scorrono fumetti di un bombardamento eseguito da un aereo AC/DC con tanto di corna a forza di chitarre e belle figliole e War Machine fa il suo corso ho ancora la carica di Shoot to thrill addosso, tanto da rendermi forzatamente conto del motivo per cui Angus e compagni collezionano da anni sold out in ogni dove (oltre a vendere un numero spropositato di album in tutto il globo): suono, carica e impatto live non sono diminuiti negli anni, anzi se possibile il ripetersi del rito decennio dopo decennio ha reso il legame con i fans sempre più stretto e indissolubile.
Dog Eat Dog è una graditissima e sferzante riproposizione dell’ultima ora, tutta giocata sul dialogo potente tra la batteria inappuntabile di Phil Rudd e le chitarre dei fratelli Young: Malcolm è preziosissimo, fondamentale tessitore ombra del gruppo. Il basso di Cliff Williams gode anch’esso di continui momenti di gloria nel reggere le infinite invenzioni di Angus, a suo agio anche negli ammiccamenti radiofonici della non indimenticabile Anything goes. You shook me all night long è cantata dall’intero stadio, preparazione ideale alle celebrazioni finali.
Aprono le scudisciate di una magistrale T.N.T. con lo stage che s’infiamma letteralmente con piccoli fuochi sparsi prima che sulla locomotiva si materializzi un’enorme amazzone gonfiabile di nome Rosie… il riff iniziale lascia senza fiato (AN-GUS – AN-GUS), anche questa volta l’Arena è una sola voce prima che la batteria detti il ritmo di un entusiasmo sconnesso. Dopo una Whole Lotta Rosie così magnifica e devastante, Let There Be Rock è addiritura epica: ogni notte aggiunge un tassello di mito alla storia personale di Angus Young, leader e anima indiscussa della band. Negli amati pantaloncini, distrutto da uno show intero e dalla solita performance unica e stratosferica, capace il più delle volte di annullare nell’attenzione di chi ascolta e chi guarda l’intero gruppo, allunga come tradizione Let There Be Rock oltre ogni limite di durata, regalando con la sua chitarra elettricità pura, adrenalina, entusiasmo. Il pubblico impazzisce quando l’eroe viene elevato sopra la folla, grazie ad un palco rialzabile posto alla fine della passerella che allunga lo stage nel cuore dello stadio. Sdraiato, in preda a fremiti e scosse Angus corre a 360° da terra in un rincorrersi di boati e assoli. Quando ridiscende non conclude il brano, ma gioca all’infinito inseguendo la conclusione preferita. L’intero stadio è ai suoi piedi. Let There Be Rock segna un confine oltre cui è impossibile spingersi: negli encore l’Arena fa festa con Highway to hell e saluta tra profusioni di cannoni con una For Those About To Rock folgorante.
Angus ricomparso dal nulla tra fuochi e fiamme con tanto di cornetti fugge via con il resto del gruppo un attimo dopo l’ultimo sparo. Adorabili, divertenti, rumorosi, ma capaci allo stesso tempo di un sound strepitoso, capitanati da un ragazzaccio geniale che suona come fosse posseduto dall’elettricità che sprigiona, gli AC/DC regalano due ore secche di show e di rock n roll 35 anni dopo l’esordio australiano di High Voltage in una notte che vale alla band l’ennesimo, innegabile e meritatissimo trionfo.

….e ora…. buoni U2 A TUTTI!

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