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Dimenticate il rock’n’roll. Anche quello più slabbrato e decadente. Difficile pensare che l’ex frontman degli Stooges, classe 1947, si senta improvvisamente inadeguato nelle vesti che ha continuato ostinatamente a indossare, con una coerenza stilistica che forse non ha eguali nella storia ancora relativamente più breve della musica rock. Iggy appartiene a quel novero ristretto di artisti come Mick Jagger (che è di quattro anni più vecchio), Bob Dylan (classe 1941) e Neil Young (1945) la cui età anagrafica corrisponde più o meno a quella del genere stesso che hanno inventano: la grande musica di consumo da suonare di fronte a sterminate platee adoranti. Il rock invecchia dunque con loro, e ritrovarli ogni volta ancora come li ricordavamo da una parte sposta più in là le colonne d’Ercole di questa strana forma di spettacolo, a metà tra la trasgressione, l’impegno e il puroentertainment. In materia, esistono opinioni contrastanti. C’è chi ama vedere questi artisti diventare di anno in anno più decrepiti, senza spostare di una virgola la loro cifra stilistica, e chi invece apprezza il tentativo di evolvere nel cambiamento. Chi scrive si pone nel secondo gruppo, e dopo aver guardato per qualche anno con scarso interesse alla replica all’infinito che Iggy offriva di sé stesso, non può che registrarne in quest’occasione la volontà di dar luogo a un lavoro diverso. Preliminaires è un album concepito con un’attenzione particolare alla scena francese, in cui spira un mood europeo. Iggy l’ha composto dopo la lettura di “La possibilità di un’isolaâ€, il best seller del romanziere transalpino Michel Houellebeck, con il cantante si è trovato profondamente in sintonia. La crisi dei rapporti umani e delle relazioni sentimentali, l’alienazione, la ricerca di un’altrove, e infine la prospettiva di una specie che lavora alla sostituzione di sé stessa, alla ricerca di una paradossale forma di eternità , hanno evidentemente suggestionato in maniera profonda Iggy Pop, che ha costruito una serie di canzoni che sfugge a ogni definizione, in cui si alternano brani originali e cover, crudi accordi di chitarra acustica, che sembrano quasi lasciati lì, senza abbellimenti, e arrangiamenti più sofisticati, modellati intorno al tentativo di misurarsi col le atmosfere musicali del carnevale di New Orleans o con la bossa. Yves Montand, il vaudeville, Jobim, sono tra le fonti di un lavoro che dunque rallenta il ritmo, e si affida a una voce profonda, quasi da crooner, perfettamente a suo agio tra scabre architetture sintetiche che ricordano i tempi di “Nightclubbingâ€, così come ad anthem che ricalcano più da vicino lo stereotipo a cui l’Iguana ci ha abituato, a partire da “Nice to be deadâ€. Classico alle prese coi classici, Iggy ha il pregio di non snaturare la sua musica, e di dar luogo comunque a un lavoro intimamente coerente ancorché apparentemente ondivago, e che forse fa pensare più a una soundtrack di un film originario che a una collezione di canzoni da fruire in maniera tradizionale. Ma questa qualità sottilmente cinematica non è altro, in fondo, che una chiave d’accesso per un album che alterna momenti adrenalici a pagine più meditate. Per l’Iguana la parola “maturità †parrebbe quasi un sacrilegio. Limitiamoci allora a dire che “Preliminaires†ha un retrogusto amaro e pensoso che si sedimenta nella fantasia dell’ascoltatore per molto più tempo di quanto il suo titolo farebbe pensare. |
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